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  • MUD: Modello Unico di Dichiarazione Ambientale

    Oggi, volevo cambiare un po’ e parlare di ambiente, ma non solo l’argomento è soggetto di cambiamento, oggi variamo leggermente anche nello stile, ho deciso di prendere un argomento molto importante per quanto riguarda le norme ambientali e di rispondere a quelle che sono le domande che solitamente ci pongono i nostri clienti. Bene, fatta questa breve premessa, iniziamo a rispondere ora alle domande… Cos’è il MUD? Essa è una comunicazione che enti ed imprese devono presentare annualmente, in questa dichiarazione viene indicata la quantità e la tipologia dei rifiuti che hanno prodotto o gestito nel corso dell’anno precedente a quello di presentazione. Per esempio, nel 2021 il MUD sarà da compilare con i dati relativi al 2020. Entro quando deve essere presentato? Solitamente il MUD viene sempre presentato con scadenza ultima il 30 aprile, ma causa pandemia negli ultimi due anni la scadenza ha subito delle modifiche, 30 giugno per quanto riguarda il 2020 mentre il 16 giugno per quanto riguarda l’anno in corso ovvero 2021. Per comprendere al meglio quanto segue è bene che tu abbia ben chiaro cosa sia un rifiuto, si definiscono quindi rifiuti le sostanze o gli oggetti che derivano da attività umane o da cicli naturali, di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. Vengono classificati secondo l’origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali, e, secondo le caratteristiche in rifiuti pericolosi e non pericolosi. Quindi… Quali sono i soggetti obbligati alla presentazione e quali no? Vediamo quali caratteristiche deve avere un’azienda per essere soggetta al modello unico di dichiarazione ambientale: Tutti coloro che a titolo professionale fanno attività di raccolta e trasporto rifiuti I commercianti e gli intermediari di rifiuti senza detenzione, quindi anche chi non possiede un magazzino di proprietà dove stocca rifiuti Tutte le imprese o enti che svolgono operazioni di recupero e smaltimento rifiuti Tutte le imprese e gli enti che producono rifiuti pericolosi (rifiuti dannosi per l’uomo e l’ambiente) Tutte le imprese agricole che producono rifiuti pericolosi o hanno un volume d’affari superiore a €8000 Tutte le imprese ed enti che hanno più di dieci dipendenti e producono rifiuti non pericolosi Come deve essere presentato? Il MUD deve essere presentato in modo telematico accedendo al portale www.mudtelematico.it , per entrare nello stesso occorre essere in possesso di un’autenticazione dell’identità quale SPID, CNS o CIE. Una volta ottenute le credenziali di accesso ed effettuato il login, vi sono sei tipologie di dichiarazione. Le prime due sono relative all’anagrafica e alle autorizzazioni, la terza è relativa ai veicoli fuori uso, e via via troviamo imballaggi, rifiuti urbani assimilabili ed in fine la comunicazione produttori apparecchiature RAEE. Basterà fare una verifica interna dei registri di carico e scarico e formulari, andando a conteggiare quanto richiesto dalle schede presenti sul portale. È molto importante sapere che per ogni filiale che l’azienda possiede bisogna provvedere a compilare MUD differenti paradossalmente anche se il comune è il medesimo, non si deve assolutamente fare fede alla ragione sociale ma alla quantità di sedi operative che l’azienda possiede. Vi sono delle modifiche rispetto al 2020? Il 28 febbraio del 2021 vi è stata una modifica all’articolo 258 del codice dell’ambiente che diminuisce leggermente le sanzioni per chi non presenta il MUD entro 60 giorni dall’ultima scadenza e una leggera diminuzione in termini economici per chi non presenta nulla ma è soggetto alla dichiarazione stessa. Inoltre, come già ricordato in precedenza vi è un cambiamento di termine ultimo, che nel 2020 era il 30 giugno mentre per il 2021 sarà il 16 sempre dello stesso mese. Ultima cosa che è bene sapere… Quali sono le sanzioni per mancata presentazione? I soggetti che non effettuano la comunicazione, o che la effettuano in maniera inesatta o incompleta, sono punibili con una sanzione amministrativa pecuniaria che va dai duemila euro sino ai diecimila. Quindi manca ormai un’mese alla data di scadenza per presentare il MUD, ti sei già attivato? Ricordati che non manca molto, il 16 di giugno è ormai alle porte, ho volutamente colto l’occasione per parlare di questa dichiarazione ambientale proprio con il fine di ricordarti la scadenza impellente.

  • ISO 45001: Sistema gestione sicurezza

    Iso 45001: Cosa è? Come forse già ben saprai nel 2018 è stata emanata la norma ISO 45001, che rappresenta l’unico standard ufficiale riconosciuto a livello mondiale del sistema di gestione della salute e sicurezza. Con l’attivazione della norma ISO 45001 la tua azienda non solo può introdurre un sistema di procedure metodiche organizzative finalizzate alla prevenzione di infortuni e malattie professionali, ma ne può ottenere la certificazione da parte di un organismo terzo che testerà la corretta applicazione dei requisiti normativi, rilasciando alla tua impresa un certificato riconosciuto non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo. Come si fa ad introdurre un buon sistema di gestione sicurezza riconosciuto ISO? Quali step bisogna eseguire per arrivare ad avere un sistema di gestione in grado di prevenire gli infortuni e le malattie professionali? Fondamentalmente i passaggi da eseguire sono dieci: Attività di analisi preliminare: Inostri tecnici svolgeranno una prima analisi per ottenere una fotografia precisa dell’azienda in relazione agli obblighi di legge. Molto frequentemente il datore di lavoro pensa di essere a norma, ma in questa fase solitamente emergono degli obblighi non adempiuti o adempiuti in modo parziale, con il rischio di sanzioni oltre a quello di infortuni e problematiche per la salute dei lavoratori. Attività di informazione: Bisogna informare tutti i membri presenti in azienda, accertandosi che tutti si rendano partecipi nel loro piccolo. Progettazione del sistema: In questa fase si passa alla vera e propria progettazione del sistema, con la creazione dell’architettura di base che è fondamentale per non tralasciare qualche aspetto primario, ad esempio la gestione delle lavorazioni esterne svolte dai lavoratori dell’azienda, o dimenticare di includere nel sistema l’attività di manutenzione straordinaria di stabili e impianti. Procedure e regole di gestione: a questo punto si inizia a operare sulle singole procedure e regole di gestione sino al completamento di tutta la struttura precedentemente architettata. Attività formativa: Una volta completato il sistema, è sicuramente utile un’attività di formazione in cui vanno spiegate al personale aziendale regola del sistema ed il loro comportamento in relazione ai relativi aspetti. Attuare e rispettare: Si passa alla fase applicativa, in cui i lavoratori e preposti iniziano ad attuare e rispettare quanto definito nel sistema gestione sicurezza. Controllo del sistema: Per assicurarsi che il sistema sia effettivamente applicabile ed applicato è bene svolgere dei test di controllo, che verranno eseguiti dai nostri tecnici specializzati. Perfezionamenti del sistema: A seguito dei test, se previsti, vengono attuati ulteriori miglioramenti e perfezionamenti allo stesso, il tutto in maniera inversamente proporzionale all’attenzione messa nei passaggi precedenti. Start dell’azienda: Solo a seguito del perfezionamento l’azienda viene avviata alla fase di audit da parte dell’organismo terzo che rilascerà la certificazione. Primo riconoscimento del sistema: L’aver ottenuto la certificazione, non è il termine di tutte le attività che abbiamo visto in precedenza, ma è solo l’inizio, la vera sfida sta nel miglioramento dello stesso di anno in anno. Correlazione tra ISO 45001 e sicurezza comportamentale La sicurezza comportamentale è una scienza che applica le teorie sul controllo del comportamento nell’ambito della sicurezza aziendale. Mediante un meccanismo virtuoso di governo della causa effetto o più comunemente, l’incentivazione dei comportamenti positivi dei lavoratori nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Tale metodica punta a creare abitudini di lavoro sicure eliminando la principale causa di infortunio che è proprio il comportamento. È infatti dimostrato che il comportamento insicuro dei lavoratori è oggi la causa dell’80% degli infortuni sul lavoro. Noi di TQSA, siamo soliti implementare i sistemi di gestione sicurezza con queste piccole accortezze che fanno la differenza. Ci tengo infine a ricordarti che se la tua azienda è certificata OHSAS 18001 entro il 30 settembre 2021 dovrai eseguire una migrazione al sistema ISO 45001:2018, non esitare a contattarci per eseguire l’aggiornamento.

  • Autorizzazione unica ambientale: AUA

    Ancora oggi, molte sono le richieste di informazioni in merito a tale autorizzazione, così ho deciso di affrontare questo argomento nella speranza di farti comprendere al meglio la sua utilità per il settore produttivo e la difficoltà che si ha nell’ottenerla se richiesta in autonomia. Come per tutte le cose è giusto partire per gradi, iniziamo a capire prima di cosa si tratta e poi step by step ci addentriamo un po’ più nei meandri di tale autorizzazione. Cos’è l’AUA? Per AUA si intende l’Autorizzazione Unica Ambientale, a seguito del decreto 59/13 del Presidente della Repubblica datato 13 giugno 2013 che aveva lo scopo di semplificare gli adempimenti ambientali per le piccole medie imprese. L’AUA viene chiamata autorizzazione unica ambientale proprio perché si tratta di un provvedimento abilitativo unico che contiene al suo interno fino a sette diverse autorizzazioni ambientali. Se la tua azienda dovesse necessitare anche solo di una di queste sette potresti essere costretto a doverla richiedere, ed ora penso sia più che lecito chiedersi… Quali sono queste autorizzazioni? Per fornirti una panoramica chiara te le cito tutte e sette, e sono: Autorizzazione agli scarichi idrici Autorizzazione agronomica degli affluenti di allevamento Autorizzazione per emissioni in atmosfera di tipo ordinario Autorizzazione per emissioni in atmosfera di tipo semplificato Comunicazione nullaosta sull’impatto acustico Autorizzazione all’utilizzo di fanghi derivati dal processo di depurazione in agricoltura Comunicazione per il recupero dei rifiuti speciali Quindi, un unico provvedimento rilasciato da un unico ente e quindi un’unica scadenza da gestire. Bellissimo. Ma non è tutto oro ciò che luccica, la parte più complessa è proprio capire chi è soggetto a questa autorizzazione, infatti il mio consiglio è quello di affidarsi a degli esperti del settore come TQSA, che da anni si occupa di eseguire tali verifiche. A seguito di un sopralluogo con accertamenti approfonditi, saremo in grado di indicarti se la tua azienda è soggetta o meno alla richiesta di tale autorizzazione. Come deve essere richiesta? E a chi? L’AUA deve essere presentata allo sportello telematico del SUAP (sportello unico attività produttive) presso la città ove è ubicata la tua azienda. Per fare ciò bisogna inserire i propri dati e quelli aziendali per eseguire una prima registrazione ed in seguito aprire la pratica relativa all’AUA mediante l’inserimento dei documenti richiesti in formato digitale con tanto di firma attraverso la PEC. È risaputo che, quando si tratta di pratiche e presentazione di documenti agli sportelli comunali, si va incontro ad un vero e proprio calvario, è per questo motivo che se deciderai di affidarti ad un valido partner come TQSA, penseremo noi a tutto evitandoti di sembrare pazzo agli occhi dei tuoi dipendenti per il nervoso. Sappi che non si tratta di una semplice compilazione di un modulo prestampato, bisogna avere ben chiaro diversi passaggi, quali: Che tipo di progetto si vuole presentare Quali fasi lavorative saranno coinvolte, quindi quali impianti ed attrezzature verranno adoperate Che tipo di materie prime verranno impiegate, quali prodotti finiti e in quali quantità Quali saranno gli impatti sull’ambiente Tutta questa mole di documenti deve essere valutata dall’ente, e il rilascio solitamente non è per nulla automatico, deve essere tutto perfettamente redatto e a norma di legge per ottenere l’AUA. Ma cosa significa ottenere l’AUA? Una volta ottenuta la l’autorizzazione da parte dell’ente certificatore, il tuo stabilimento è autorizzato, ciò significa che potrai iniziare a svolgere l’attività per il quale hai inoltrato la richiesta, essendo ora in piena norma. Ti starai chiedendo: ”Ma io che da anni svolgo la mia attività lavorativa senza aver mai fatto richiesta di nessun tipo di autorizzazione sono passibile di sanzione?” La risposta è SI, quindi visto le tempistiche della burocrazia italiana ti consigliamo di attivarti per tempo, ogni giorno è cruciale per diminuire io rischio di sanzioni.

  • Rischio elettrico: la norma CEI 11-27

    Il rischio elettrico “generico” Per rischio elettrico generico si intende la semplice presenza di energia elettrica in un ambiente, ad esso è associato un rischio, chiamato “rischio elettrico”. Le sorgenti del rischio elettrico sono quei sistemi, impianti, apparecchi, componenti, materiali nei quali è presente energia elettrica. Si dice che la presenza dell’energia è “intenzionale” nei sistemi di produzione, trasmissione, distribuzione e utilizzazione dell’energia elettrica; a questo proposito, negli ultimi anni la progressiva diffusione degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili di tipo domestico (fotovoltaico, minieolico) ha incrementato la probabilità di incorrere in eventi di questo tipo. Esistono infine fenomeni elettrici completamente accidentali, come le scariche atmosferiche, l’accumulo di cariche elettrostatiche (che possono innescare incendi o esplosioni) e la presenza delle cosiddette masse estranee (che possono introdurre nell’ambiente tensioni pericolose o ridurre l’efficacia delle protezioni). Il rischio elettrico “specifico” ovvero nei luoghi di lavoro Per ragioni di chiarezza è necessario richiamare alcune definizioni normative, quali: Luogo di lavoro: per luoghi di lavoro si intendono i luoghi destinati ad ospitare posti di lavoro, ubicati all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva, nonché ogni altro luogo di pertinenza dell’azienda o dell’unità produttiva accessibile al lavoratore nell’ambito del proprio lavoro. Rischio su un luogo di lavoro o rischio “specifico”: il rischio è la probabilità di un raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alle loro combinazioni. Pertanto, il rischio è il prodotto di una probabilità che capiti un evento dannoso per una magnitudo, ovvero l’entità, del danno stesso. La normativa impone che i rischi sul luogo di lavoro debbano essere valutati molto attentamente dal datore di lavoro, dove l’analisi è il momento iniziale di un processo che interessa tutta la produzione, che va pianificata in modo da eliminare o, almeno, ridurre il rischio. È bene non confondere il concetto di “rischio” con quello di “pericolo”, quest’ultimo, infatti, rappresenta la proprietà intrinseca di causare danni; quindi, un lavoratore potrebbe stare in un ambiente con molte sorgenti di pericolo ma non essere sottoposto a rischio, nel caso in cui, ad esempio, la sua mansione si svolga a idonea distanza di sicurezza. AI sensi del D.Lgs 81/08, definito comunemente come Testo Unico sulla Sicurezza, il rischio elettrico è: “il rischio derivante dal contatto diretto o indiretto con una parte attiva non protetta di un impianto elettrico, così come il rischio d’incendio o esplosione derivanti dal pessimo stato di manutenzione o dall’imperizia nell’impiego di impianti e strumentazione”. Per evitare i rischi più o meno evidenti legati agli impianti elettrici e ai lavori nei loro pressi, il Testo Unico, così come gli standard di sicurezza (es. Norma CEI 11-27) sottolineano la necessità della messa in sicurezza delle linee e degli impianti attraverso la costante manutenzione e gli interventi effettuati esclusivamente da personale certificato come idoneo e qualificato per eseguire lavori elettrici. Il lavoro elettrico, non elettrico e ordinario La norma CEI 11-27 definisce come lavoro elettrico “un intervento su impianti o apparecchio con accesso alle parti attive (sotto tensione o fuori tensione) nell’ambito del quale, se non si adottano misure di sicurezza, si è in presenza di un rischio elettrico”. Rimane inteso che la norma si applica alle sole parti attive accessibili, ovvero quelle che possano essere raggiunte dal dito di prova indipendentemente dalla sua posizione; se infatti la parte non fosse accessibile non avrebbe luogo il rischio elettrico in quanto la probabilità del verificarsi dell’evento dannoso sarebbe nulla. Con riferimento al D.lgs. 81/08, il lavoro elettrico si divide in varie categorie a seconda delle distanze interposte tra il lavoratore (con il proprio corpo o con un attrezzo isolante o conduttore) e le parti attive, a seconda del livello di tensione. Lavoro sotto tensione: lavoro svolto ad una distanza inferiore o uguale a DL (zona di lavoro sotto tensione). Tale distanza è la minima sotto la quale non è più garantita la tenuta del dielettrico interposto (normalmente aria) e può avvenire un arco voltaico tra parte attiva e lavoratore. Lavoro in prossimità: lavoro svolto ad una distanza superiore a DL ma inferiore o uguale a DV(zona di lavoro in prossimità) con DL < DV Vi è poi nella classificazione di lavoro non elettrico, detto anche lavoro in prossimità, svolto tra una distanza superiore a DV ma inferiore a DA9 (zona di lavoro non elettrico) con DV < DA9. Infine, quando i lavori sono svolti a0 una distanza superiore o uguale a DA9, il lavoro è di tipo ordinario. Le nuove figure introdotte La IV edizione della norma CEI 11-27 introduce due nuove figure per la sicurezza nei lavori elettrici che affiancano le già note funzioni di Responsabile dell’Impianto (RI) e Preposto ai Lavori (PL). A tali nuove figure viene dato il nome di Persona o Unità Responsabile dell’impianto elettrico (URI) e di Persona o Unità Responsabile della realizzazione del Lavoro (URL). L’unica responsabilità che compete all’URI è quella di programmare la manutenzione dell’impianto per garantirne la sicurezza nel tempo. La differenza sostanziale tra URI e RI è che il primo è responsabile dell’impianto durante il funzionamento ordinario, mentre il secondo è responsabile della sicurezza durante un lavoro elettrico. URL, ossia l’Unità Responsabile della realizzazione del Lavoro, è definita come l’Unità o Persona alla quale è demandato l’incarico di eseguire i seguenti compiti: Condividere con l’RI le modalità di esecuzione del lavoro; Predisporre un eventuale piano di intervento; Individuare la figura di PL Verificare la formazione degli addetti al lavoro; Verificare la disponibilità di procedure, attrezzature, DPI e quant’altro necessario per la corretta esecuzione del lavoro. Due nuove figure per aumentare la sicurezza Per quanto attiene le responsabilità in tema di salute e sicurezza sul lavoro a carico dei soggetti che rivestono i ruoli di URI, RI, URL e PL, è bene precisare che è impossibile definire a priori una precisa corrispondenza tra queste figure e quelle di datore di lavoro, dirigente, preposto e lavoratore indicate dal D. Lgs. 81/08, in quanto le responsabilità, infatti, dipendono dalle effettive strutture organizzative, nonché dai reali compiti svolti. In tal senso è chiarificatrice la nota numero 9 della norma CEI 11-27, che recita: “Il PL della presente Norma ha tutte le attribuzioni del preposto cui si riferisce in modo generale il D.Lgs 81/08 e anche quelle particolari nel campo elettrico: pertanto, la figura del PL della Norma CEI 11-27 non necessariamente coincide con quella del D.lgs. 81/08”. Quali sono le qualifiche per fronteggiare i rischi elettrici? PES (Persona Esperta): soggetto che ha un’istruzione in merito all’impiantistica ed alla normativa elettrica ed ha esperienza di lavori elettrici. Ha quindi la capacità di valutare i rischi, di attuare le misure di protezione necessarie e di affrontare gli imprevisti che si possono verificare in occasione dei lavori elettrici. In breve, è in grado di organizzare ed eseguire in autonomia i lavori elettrici fuori tensione; PAV (Persona Avvertita): soggetto che ha le caratteristiche di un PES ma ad un livello inferiore; infatti, non è in grado di affrontare in autonomia l’impostazione del lavoro e gli imprevisti. Può dunque lavorare da solo ma soltanto dopo aver ricevuto le istruzioni da un PES per un determinato e specifico lavoro PEI (Persona Idonea): soggetto che ha le caratteristiche del PES ma ad un livello superiore, ovvero che ha le capacità di eseguire un lavoro elettrico sotto tensione in base alla capacità tecnica, formazione conseguita ed esperienza maturata. Tale acronimo è presente solo nel Testo Unico e non nella CEI 11-27. PEC (Persona Comune): soggetto comune, senza particolare conoscenza e formazione di natura elettrica, che possono eseguire lavori elettrici solo fuori tensione e sotto la supervisione di un PES o di un PAV.

  • Rischio cellulare: il nuovo amianto?

    Quando, e se di cellulare si muore? Cosa devi temere? E cosa puoi fare per tutelare te stesso ed i tuoi dipendenti? Caro lettore, devi sapere che il 12 ottobre del 2012, una sentenza della corte di cassazione, ha segnato un passaggio storico per la prima volta in Italia, viene infatti riconosciuto il nesso di causa effetto tra l’uso reiterato del cellulare a scopi professionali e l’emergere di una patologia tumorale, nello specifico si tratta di un tumore al nervo trigemino. Nella sentenza in questione tale problema era stato sviluppato da un direttore commerciale che data la sua posizione lavorativa era solito ad un uso spropositato del telefono cellulare. Sentenza che passerà alla “storia” come primo punto fermo all’interno di uno scenario di rischio che ancora oggi possiede parecchie zone d’ombra. Da una decina d’anni a questa parte lo smartphone è diventato parte della nostra quotidianità, è il primo oggetto che controlliamo appena ci svegliamo, e l’ultimo prima di addormentarci, senza parlare dei momenti in cui utilizziamo tale strumento con fini lavorativi. Ma a cosa comporta essere sempre sottoposti a campi elettro magnetici? Alcune ricerche scientifiche ci confermano che determinate attività quali: L’utilizzo durante i viaggi in treno L’utilizzo durante i viaggi in auto, con l’aggravante dei vetri oscurati Il mancato utilizzo degli auricolari Sono dannose per la salute dell’uomo, in quanto vi sono rapidi cambi di frequenze radio nel caso dello spostamento su rotaie, mentre per quanto riguarda l’auto il problema è l’effetto Faraday, che brevemente consiste in un rimbalzo di onde all’interno dell’abitacolo dell’auto per effetto dello spostamento della stessa con un’aggravante per le auto che possiedono i vetri oscurati (maggiore presenza di materiale ferroso nella composizione del finestrino che aiuta il rimbalzo delle onde). Ma tralasciando il lato scientifico, non si può che prescindere dalla sentenza della corte di cassazione ed il testo unico della sicurezza nella sua quinta parte, che obbliga il datore di lavoro è tenuto a valutare tutti i rischi annessi e connessi per cercare di arginare tale problema e tutelare la salute dei suoi dipendenti. Infatti, come è ben noto a tutti, il datore di lavoro è bene che valuti il rischio cellulare in quanto la sua figura professionale è: La figura garante di salute e sicurezza sul lavoro Il soggetto debitore di sicurezza Il diretto responsabile della valutazione dei rischi Quindi come puoi notare, sono molte le responsabilità che lo legano ai suoi dipendenti, ed è di fondamentale importanza valutare in modo approfondito questo tipo di rischio per la tutela delle figure più o meno esposte all’utilizzo del telefono cellulare. Se pensi che tu o i tuoi dipendenti siate esposti a questo tipo di rischio, controlla il tuo DVR e verificane.

  • Rischio strada: che cosa è?

    Quando si parla di incidenti stradali le statistiche annuali ISTAT sono sicuramente l’unico dato attendibile e a cui dobbiamo dare credito. In questo senso i dati sembrano buoni, secondo le stime, dal 2007 il numero degli incidenti stradali è andato riducendosi mediamente del 3% ogni anno, ed è un ottimo risultato in termini di riduzione infortuni e decessi. Ma bisogna fare un ulteriore verifica per comprendere se le misure preventive messe in atto hanno lasciato un segno significativo. Controllando il consumo di carburante annuo sul territorio italiano, non si può far altro che notare, che nell’ultimo decennio vi è stato un minor consumo dello stesso più o meno in percentuale simile a quella degli incidenti. Quindi le misure preventive sono responsabili solo parzialmente della diminuzione dei decessi, il vero responsabile è il minor utilizzo dei veicoli stradali. Quindi, fare prevenzione è utile? Certo che sì! Bisogna sicuramente prendere atto della realtà dei fatti, ciò significa che il problema deve essere affrontato in maniera differente andando ad ottenere risultati reali e tangibili. Per fare ciò bisognerebbe ispirarsi ai metodi che sono stati adottati nei cantieri, gli stessi in pochi anni hanno ottenuto enormi passi avanti in termini di infortuni e decessi. Per lo studio di tali eventi si sfruttano gli incidenti mancati detti near miss, dopo averli analizzati vengono prontamente messe in atto misure preventive andandone a limitare i rischi.  Ciò non viene minimamente eseguito nell’ambito stradale da nessun tipo di organo, né tanto meno dalla didattica prevista per il conseguimento della patente di guida, essi semplicemente ribadiscono quanto riporta il codice della strada, senza rendere noto nessun metodo di prevenzione incidenti che in altri campi come quello edile è stato riscontrato essere molto utile. Come si cambia punto di vista? I dati ISTAT sugli incidenti stradali e le diverse sperimentazioni realizzate da aziende private ed università, confermano che c’è un solo modo per innescare una reale diminuzione degli incidenti sulla strada. La chiave è l’utilizzo di un approccio innovativo rispetto al tema della sicurezza, andando al di là del semplice rispetto del codice della strada o della consapevolezza dei danni potenziali, concentrandosi invece su tecniche e strumenti di previsione degli avvenimenti sulla strada. Nella nostra formazione per la sicurezza stradale, l’uso dei near miss per la riduzione del rischio incidenti è un processo rodato e strutturato, che garantisce una reale riduzione del rischio. Come si valuta il rischio strade? Il testo unico della sicurezza all’art.28 prevede infatti che il datore di lavoro effettui una valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori. Gli incidenti stradali sono un vero e proprio flagello sociale, i numeri parlano chiaro, non esiste alcuna attività criminale che provoca lo stesso numero di vittime. Negli ultimi anni stanno sempre più aumentando i decessi legati agli incidenti stradali, ed il 25% degli incidenti sul lavoro è rappresentato appunto da incidenti stradali, il che deve far riflettere. I lavoratori coinvolti da incidenti alla guida non sono solo gli addetti al trasporto merci e persone, ma anche tutti coloro che per motivi lavorativi sono costretti ad effettuare spostamenti, detto in poche parole riguarda praticamente chiunque abbia un lavoro, ed è proprio per questo che deve essere svolta una valutazione specifica di tale rischio. Inoltre, la valutazione del rischio strada è anche strategica ai fini della riduzione dei costi legati agli incidenti, danni a persone, cose, premi assicurativi ed anche per la riduzione del premio assicurativo INAIL, la così detta riduzione del tasso OT/24. La chiave di volta è intervenire sui comportamenti dei conducenti, la strada si sa è un luogo complesso dove è difficile adoperare degli interventi incisivi, ma secondo dati ISTAT il 96% degli incidenti stradali è causato dai comportamenti imprudenti da parte dei conducenti, quindi la soluzione sta tutta qui, nella capacità di intervenire sui comportamenti disinnescando pratiche pericolose consolidate involontariamente dalle abitudini di tutti i giorni. Quindi il segreto non sta nell’emanare nuove leggi più restrittive, ma nel tentativo di eliminare quegli automatismi pericolosi radicati nel guidatore.

  • Ristoranti adibiti a servizio mensa: ecco l’escamotage per tenere aperto

    Oggi ti volevo parlare di un fenomeno che da ottobre 2020 ad oggi si sta espandendo a macchia d’olio nelle nostre città. Sempre più frequentemente ci capita di vedere delle persone sedute al ristorante durante l’ora di pranzo, e di chiederci come mai alcune persone possano usufruire di tale servizio. Molto semplice nei vari DPCM varati dal Governo italiano si dà la possibilità ai ristoratori di fare da servizio mensa per le aziende che non hanno altre soluzioni se non il ristorante, sempre garantendo la distanza di almeno un metro e la sicurezza all’interno del loro locale. Come si legge anche nel più recente Decreto-legge del 13 marzo 2021: “nelle zone arancioni e rosse continuano a essere consentite le attività delle mense e del catering continuativo su base contrattuale, che garantiscono la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, nei limiti e alle condizioni di cui al periodo precedente”. La possibilità di svolgere servizio mensa alle aziende non può però rappresentare una scorciatoia di ristoranti, bar, trattorie per accogliere in pausa pranzo, oltre ai lavoratori, anche altri clienti perché ci teniamo a ricordare che in caso di mancanza di uno o più requisiti previsti dal Ministero sono previste sanzioni. Lo scopo della disposizione è quello di lasciare la possibilità di risolvere il problema della pausa pranzo per tutte quelle aziende che non possono ricorrere allo smart working e che non possiedono degli spazi adibiti a mensa interna e, dunque, necessitano di una soluzione per gestire in modo sicuro la pausa pranzo dei propri dipendenti. L’iter per trasformare un ristorante in mensa aziendale è piuttosto preciso. Prima di tutto deve esistere l’autorizzazione da parte delle autorità territoriali, che avviene, in questo momento di emergenza Covid-19, in modo semplificato. Se sei un ristoratore, o conosci qualcuno che vorrebbe trasformare il suo ristorante in mensa ecco la procedura completa: Prima di tutto deve esistere l’autorizzazione da parte delle autorità territoriali Quindi, come abbiamo già visto, il ristorante dovrà aprire (ove richiesto dalle entità amministrative territoriali) lo specifico codice ATECO 56.29.10 di mensa aziendale, con integrazione SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività) da inviare al SUAP Deve, poi, esistere un contratto di mensa aziendale tra ristorante e azienda, che preveda delle specifiche convenzioni per la pausa pranzo, concesse solo ai lavoratori e nei giorni lavorativi Non è sufficiente il pagamento del pranzo tramite buoni pasto: i ticket restaurant infatti, da soli, non prefigurano un servizio mensa Su richiesta degli organi territoriali, deve poter essere mostrata la copia dei contratti sottoscritti con le aziende e l’elenco nominativo del personale beneficiario del servizio (il tutto rispettando la Privacy Policy secondo i regolamenti del GDPR) Devono essere, infine, garantite tutte le norme anti-contagio: al tavolo è consentito un numero massimo di quattro persone, il personale deve indossare sempre la mascherina e igienizzare frequentemente le mani. La semplificazione di tale iter ha diviso l’opinione dei ristoratori in due fazioni, quelli a favore che si sono prontamente adeguati ad accogliere i lavoratori che erano soliti pranzare presso il loro ristorante, ed i ristoratori che per solidarietà nei confronti delle categorie colpite dal Covid-19 hanno deciso di rimanere chiusi senza adottare nessun tipo di escamotage, che gli avrebbe permesso di tenere aperto, con tutte le restrizioni del caso. Come sempre in Italia vi sono alcune persone che pensano di essere più furbe di altre, che in barba alla legge hanno deciso di offrire ristoro anche a persone che non possedevano un contratto di servizio mensa, fortunatamente le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli ed hanno sanzionato i ristoratori che svolgevano un’attività illecita. Siamo riusciti a reperire i dati della città di Bergamo da un documento rilasciato dalla polizia locale di via Coghetti, durante il 2020 sono stati svolti 5512 controlli e comminate 24 sanzioni, mentre nel 2021 i controlli sono stati 1573, con un totale di 49 sanzioni, questo a conferma di quanto scritto. Io Rossano Belloni e noi di TQSA non ci schieriamo a favore di nessuna delle due “fazioni”, comprendiamo che questo sia un momento di difficoltà per molti dei ristoratori italiani, e avere anche solo pochi coperti ogni giorno possa essere fondamentale per il proseguo della vita della loro attività. Dall’altro canto comprendiamo anche chi non voglia scendere a compromessi per eseguire il proprio lavoro, rispettando tutte le categorie che questa pandemia ha colpito maggiormente, evitando possibili contagi all’interno del proprio locale. E tu cosa ne pensi? Usufruisci di tale servizio? Sapevi di questa possibilità? Faccelo sapere.

  • Cosa è e perché è così importante la sicurezza sul lavoro

    Cosa si intende per sicurezza sul lavoro? Per sicurezza sul lavoro si intende l’insieme delle misure preventive e protettive da adottare per gestire al meglio la salute, la sicurezza e il benessere dei lavoratori, in modo da evitare o ridurre al minimo i rischi connessi all’attività lavorativa eliminando gli infortuni. Il luogo di lavoro deve essere dotato degli accorgimenti necessari a garantire il giusto grado di protezione contro la possibilità del verificarsi di eventuali incidenti, oltre ad un’attività di prevenzione adeguata ai possibili rischi presenti in azienda, precedentemente valutati con il DVR (documento valutazione dei rischi). Nel nostro paese la sicurezza sul lavoro è regolamentata dal D.lgs. 81/2008, ovvero il testo unico della sicurezza sul lavoro, che rappresenta la norma di riferimento. Il testo unico elenca le misure generali di tutela del sistema di sicurezza in azienda, che vengono poi integrate da procedure previste dai rischi specifici dei settori di attività. Ad esempio: Movimentazione manuale dei carichi Agenti fisici biologici e cancerogeni Ecc. Il datore di lavoro è il soggetto sul quale ricadono tutti gli obblighi e le sanzioni economiche e penali nel mancato adeguamento delle misure previste, mentre ai lavoratori viene richiesta la cooperazione, con il fine di mantenere l’ambiente di lavoro un luogo sicuro. Proprio perché il rispetto di tale norma è previsto per legge, ancora pochi riescono davvero a comprendere la loro efficacia ed importanza, preoccupandosi soltanto di conoscere quali siano gli obblighi e le relative sanzioni, con l’obbiettivo unico di diminuire l’impatto sulla loro organizzazione aziendale. La maggior parte dei soggetti coinvolti infatti, vedono il testo unico come un insieme di procedure che non produce valore e anzi va ad intralciare le normali attività produttive e così facendo i casi di infortunio sul lavoro ed i casi di malattie professionali aumentano. Quello che da tempo TQSA promuove è la lettura di tali obblighi sotto una diversa prospettiva, cercando di diffondere una vera e propria cultura della sicurezza e della prevenzione, agendo in maniera fisica sia su macchinari, impianti e ambienti di lavoro, sia creando una coerenza organizzativa interna ai fini della prevenzione agendo sui comportamenti dei lavoratori e del datore di lavoro. Infatti, la cultura della prevenzione si crea soprattutto a partire dalla formazione ed informazione, i lavoratori in primis non sono solo soggetti tutelati, anche protagonisti attivi, consapevoli delle condizioni del proprio ambiente di lavoro, dell’utilizzo dei dispositivi di sicurezza e partecipanti alla valutazione dei rischi aziendali e nella prevenzione. Perché è così importante la sicurezza sul lavoro? La sicurezza sul lavoro aumenta laddove il livello di prevenzione è alto e a sua volta l’importanza della prevenzione è maggiore all’interno degli ambienti che hanno una grande consapevolezza non solo dei rischi a livello economico che un infortunio potrebbe causare, ma anche sul piano dell’engagement dei propri dipendenti in generale. Infatti, vedere che un’azienda prende a cuore la sicurezza sui lavoratori è uno dei fattori che determina una buona reputazione dell’azienda stessa. Adottare delle misure che siano volte alla messa in sicurezza dei propri dipendenti, incide fortemente anche a livello produttivo. L’importanza della sicurezza negli ambienti lavorativi non è mai sufficientemente ribadita, una cultura della prevenzione e della sicurezza rimane ad oggi una delle più grandi sfide della società contemporanea.

  • [Case Study] Filosofia ed etica portano al successo?

    Di cosa parliamo oggi? Oggi vorrei parlarti di etica e filosofia, si hai capito bene, ma non quella materia noiosa che si apprende dai libri seduti dietro ad un banco scolastico, oggi parliamo di filosofia ed etica in azienda. Io non so se esistano manuali aziendali che trattino tali argomenti, probabilmente si, anzi sicuramente ma oggi sicuramente non sarò io a citarli. Oggi voglio parlarti di FAP ITALIA, azienda che nasce a Trezzo sull’Adda in provincia di Milano nel 1986 e si occupa della realizzazione di cinture dal fascino senza tempo realizzate a mano in Italia con materie prime di alta qualità. Da oltre 35 anni quest’azienda porta in alto in simbolo dell’artigianalità italiana nel mondo, realizzando cinture di pregiata fattura per marchi di lusso, che hanno saputo cogliere la loro etica e filosofia, arrivando oggi a produrre 3.500 pezzi al giorno destinati al mercato globale. Ora mettiamo da parte il prodotto cintura, che per quanto sia importante come risultato finale di diversi anni di esperienza, a noi oggi importa poco. Ciò che realmente ci interessa è la filosofia del proprietario che proprio sul loro sito riporta testuali parole: ” Vogliamo creare un ambiente lavorativo stimolante per i nostri artigiani perché sono le loro mani a dar vita alla nostra visione: curiamo la loro formazione internamente e monitoriamo continuamente il lavoro svolto per assicurare i più alti standard qualitativi nella produzione e la sicurezza dei nostri dipendenti. Investiamo in innovazione che migliora di pari passo la qualità sia del lavoro che della vita dei lavoratori: grazie alla tecnologia 4.0 tutti i processi vengono facilitati favorendo la standardizzazione della produzione e i nostri artigiani possono così concentrarsi su tutti quegli aspetti che rendono unica ogni singola cintura e minimizziamo i rischi di infortunio sul lavoro”. E tu ora ti chiederai, si tutto bello, ma che c’entra con l’etica? Ezra Pound, poeta e saggista di origine statunitense affermava che è impossibile fare una buona economia con una cattiva etica, questa citazione per farti comprendere che FAP ITALIA come si può bene notare nelle parole che riporta il loro sito, si impegna quotidianamente nel costruire un modello di business basato sul rapporto umano al fine di perseguire tutti insieme un obbiettivo prefissato, dando enorme importanza alla qualità della vita dei lavoratori, sia in materia di formazione che di sicurezza. Conoscendo bene questa realtà, posso affermare che questo modello a mio modestissimo parere funziona, l’azienda in 35 anni ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissata andando ben oltre le aspettative, tutto questo grazie alla loro etica del pensare italiano, fare artigianale, eseguire in sicurezza. Noi come TQSA e io come Rossano Belloni siamo molto orgogliosi di avere preso attivamente parte a questo progetto, andando a studiare approfonditamente tutti i processi produttivi all’interno dell’azienda, andando a coglierne le caratteristiche dovute alle lavorazioni del pellame, realizzando un piano personalizzato per quanto concerne la sicurezza, la qualità e l’ambiente. La nostra collaborazione è iniziata con un tentativo di miglioramento della sicurezza andando ad elaborare un Documento Valutazione Rischi (DVR) all’altezza di un’azienda di calibro internazionale, eseguendo analisi specifiche come, ad esempio, fonometrie per valutare l’opportuno livello di rumore all’interno del sito produttivo al fine di non rovinare gli apparati acustici dei lavoratori. In secondo ordine abbiamo controllato tutti i documenti relativi ai dipendenti come la formazione personale e visite mediche, andando ad erogare corsi e visite ove previsto. Un’altra importante operazione che abbiamo eseguito per FAP ITALIA è stata la redazione dei documenti relativi alle autorizzazioni per le emissioni in atmosfera, in quanto alcune lavorazioni delle pelli utili per arrivare alle cinture finite richiedono l’ausilio di macchinari al laser che producono fumi, gli stessi appunto richiedono alcune autorizzazioni al quale abbiamo fatto fronte. FAP ITALIA è un’azienda che, come ho già sottolineato, mette qualità e sicurezza al primo posto e come tale cerca sempre di migliorarle per fornire ai propri clienti un prodotto di qualità sempre più elevata, nel design, nei materiali e nell’indossabilità. Ed è proprio per questo motivo che la nostra collaborazione non è mai cessata, infatti ad oggi stiamo eseguendo un novo progetto per quanto concerne l’assistenza dei vigili del fuoco in caso di incendio, ma sono sicuro che non sarà l’ultimo.

  • L’importanza della formazione aziendale

    Di cosa parliamo oggi? Oggi non voglio parlarti di novità, colgo l’occasione per rispolverare un argomento noto nel mondo della sicurezza sul lavoro, chiunque legga questo articolo e ha messo piede in un’azienda almeno una volta nella sua vita sicuramente sa a ciò di cui mi riferisco. So che non è facile arrivare subito alla soluzione, ti do un altro indizio, tutti lo considerano un momento molto noioso, ma per chi come me lavora nell’ambito della sicurezza sul lavoro lo ritiene un passaggio molto importante per tutte le figure professionali. Va beh, so che dopo quest’ultima imbeccata avrai sicuramente intuito l’argomento odierno, ma se così non fosse oggi parliamo di formazione aziendale obbligatoria come da D.lgs. 81/08. La normativa per la sicurezza nei luoghi di lavoro, regolamentata dall’ art.37 del D.lgs. 81/08 e successivi accordi Stato-Regioni, prevede l’obbligo, a carico del datore di lavoro, di fornire a tutti i lavoratori l’adeguata formazione in materia di sicurezza e di salute nel posto di lavoro, e non ti dimenticare che tale formazione deve essere impartita entro 60 giorni in occasione dall’assunzione. La normativa prevede un’articolata attività di formazione ed aggiornamento per i lavoratori di tutti i settori. In particolare, la essa prevede che: in fase di nuova assunzione, del cambio di mansioni o in occasione, il lavoratore deve essere avviato ai rispettivi corsi di formazione. È molto l’importante è che non venga dimenticata o volontariamente evitata. Ciò che devi assolutamente sapere è che ogni lavoratore deve essere sottoposto ad una formazione generale di 4 ore (per qualsiasi tipo di azienda) alla quale si aggiunge una formazione specifica di durata variabile (da 4 a 12 ore), definita dal settore economico di appartenenza dell’azienda (codice ATECO) e dalla classe di rischio individuato dalla stessa o dalle attività presenti sul proprio ed obbligatorio Documento di Valutazione dei Rischi (D.V.R.). La formazione erogata da qualsiasi azienda o ente ha validità di cinque anni dalla data di esecuzione. Decorso tale periodo di tempo, sarà necessario provvedere ad aggiornare la formazione con la frequenza di un corso di 6 ore atto a rinfrescare le procedure e implementarne di nuove se previsto. È importante sapere che la formazione, prevista nell’Accordo Stato-Regioni quale art.37, è solo una parte degli obblighi previsti, infatti, la normativa prevede che il datore di lavoro debba obbligatoriamente nominare specifiche figure aziendali quali ad esempio: RLS; Addetto antincendio; Addetto primo soccorso; Preposto; Carrellista; Ecc. Tali figure, necessitano di un’integrazione di formazione rispetto alla precedente, utile per la convalida della nomina. L’accordo Stato-Regioni oltre a definire i parametri, in termini di durata dei corsi e contenuti degli stessi, ha ben definito anche le caratteristiche necessarie per la validità dell’attestato, a tal proposito TQSA è riconosciuta come CFA (Centro di Formazione AIFOS) che garantisce al cliente qualità, professionalità e validità su tutto il territorio nazionale dei corsi emessi. L’ultimo argomento da trattare aimè sono le sanzioni, in fase di verifica gli enti sono soliti eseguire controlli sulla formazione perché per tale argomento non ci sono alibi, o si è eseguita oppure no. Per questo motivo ci tengo a farti sapere che in caso di riscontrate irregolarità da parte degli organi ispettivi per la mancata formazione di un lavoratore, a carico del datore di lavoro sono previste pesanti sanzioni penali o l’ammenda da 1.315,20 a 5.699,20 euro. La formazione di tutti i lavoratori è fondamentale in termini di prevenzione, noi tutti se formati reagiamo in modo più consapevole alle vicissitudini che a volte si sa, possono capitare, senza considerare il valore aggiunto che danno alla nostra figura professionale.

  • Aggiornamento sul rischio da esposizione Sars-Cov-2

    Visto e considerato l’aumento dei contagi da Corona Virus, l’intensificarsi delle restrizioni in varie regioni e l’avvento di nuove varianti, ci sentiamo in dovere di tenervi aggiornati circa le attività da compiere in merito alla prevenzione e le azioni da svolgere in caso vi dovessero essere casi di positività. È corretto che tutti sappiano come muoversi per evitare la diffusione del contagio. Sia all’interno che all’esterno delle aziende è divenuto ormai fondamentale sapere come bisogna orientarsi dopo che si è stati a contatto con un positivo o addirittura noi stessi siamo i protagonisti di un amaro tampone positivo. In quest’ultimo periodo al telegiornale così come sui quotidiani ci hanno reso noto alcune mutazioni che il tanto agognato virus ha subito, esse hanno preso il nome dei luoghi, le quali si sono diffuse maggiormente. Le più diffuse in Italia sono: La variante “inglese” (VOC 202012/01): Quasi 1 contagio su 5 (il 17.8%) di quelli registrati in Italia all’inizio di febbraio è da ricondurre alla variante «inglese» del coronavirus. Questo è il risultato dell’indagine di prevalenza condotta dall’Istituto Superiore di Sanità per dare una misura della presenza della più recente «versione» di Sars-CoV-2 nel nostro Paese. La variante VOC 202012/01, lineage B.1.1.7, è definita per la presenza di numerose mutazioni nella proteina Spike del virus e da mutazioni in altre regioni del genoma virale. Questa versione è stata identificata per la prima volta nelle regioni sud-orientali del Regno Unito a dicembre, in concomitanza con un rapido aumento nel numero di nuovi casi confermati di infezione da Sars-CoV-2, è da lì si è diffusa a macchia d’olio in tutta Europa. La variante “sudafricana” (501Y.V2): Si chiama 501.V2 e fra le diverse variazioni rispetto al genoma del lignaggio di riferimento include come detto la famigerata mutazione N501Y che riguarda la proteina spike del coronavirus, quella che il patogeno utilizza per legarsi alle nostre cellule e aggredirle. Rispetto alla variante individuata in Inghilterra, però, si differenzia in diversi aspetti genetici, fra cui la mutazione E484K. Sarebbe appunto la variante responsabile della seconda ondata nel paese, individuata fino al 90% dei campioni delle sequenze genetiche analizzate da metà novembre. Nel complesso la variante conta 21 mutazioni, nove delle quali concentrate nella spike. La più preoccupante sarebbe proprio E484K, che, come la N501Y, interviene sul dominio di legame del recettore, non solo una porzione fondamentale della proteina S ma anche un sito in cui gli anticorpi neutralizzanti indotti dall’infezione o dalla vaccinazione si legano al virus per eliminarlo. Per questo mutazioni del genere preoccupano sempre rispetto all’efficacia dei vaccini. La variante “brasiliana” (P.1): La variante brasiliana detta P.1 è quella che ha mandato in tilt la rete ospedaliera di Manaus, la capitale dell’Amazzonia, e che adesso è arrivata in Italia. Ha una sigla identificativa (B.1.1.28) e modificazioni riscontrate perlopiù a livello della proteina Spike, il chiodo che il virus pianta nello spessore della parete cellulare. Cosa è mutato nella proteina Spike? I ricercatori hanno studiato le strutture della proteina Spike mutate e fatto delle elaborazioni al calcolatore per comprendere se il cambio di forma della proteina Spike prodotto da queste mutazioni potesse rendere la proteina Spike più efficace nel legare il proprio bersaglio. Ebbene, dalle simulazioni condotte al pc, la mutazione N501Y presente nella variante brasiliana del Covid-19, presente anche nella variante sudafricana 501Y.V2 e in quella inglese, conferisce una maggiore affinità alla proteina Spike per il recettore dell’angiotensina 2 (ACE-2), riducendo l’energia che il legame richiede. In altre parole, la mutazione consente al virus di “arpionare” le cellule umane con maggiore facilità e di rimanerci legato in modo più saldo e quindi di attaccarle in modo più efficace. Da qui la sua virulenza. Le contromisure adottate dallo stato italiano: Il ministero della Salute, con Circolare n.3787 del 31/01/2021, ha provveduto ad inserire le seguenti nuove disposizioni di seguito riassunte. Eseguire un test molecolare ai contatti il prima possibile dopo l’identificazione e al 14° giorno di quarantena, al fine consentire un ulteriore rintraccio di contatti, considerando la maggiore trasmissibilità delle varianti; Non interrompere la quarantena al decimo giorno; Per il CASO CONFERMATO (positivo) il tampone molecolare di fine isolamento, sempre necessario, dovrà essere effettuato dal 14° giorno (non più dal decimo giorno), dopo almeno tre giorni senza sintomi; Per il CONTATTO DI CASO (contatto stretto) la quarantena NON potrà essere interrotta al decimo giorno ma dovrà essere protratta fino a 14 giorni con forte raccomandazione dell’esecuzione del tampone molecolare in quattordicesima giornata; Nel caso in cui la presenza di variante fosse confermata tra i casi positivi che frequentano un Istituto Scolastico, la fine della quarantena di tutti gli alunni e i docenti individuati come contatti sarà subordinata all’effettuazione di un tampone molecolare che potrà essere effettuato, a partire dal quattordicesimo giorno, nei punti tampone ad accesso libero; Comunicare ai contatti l’importanza, nella settimana successiva al termine della quarantena, di osservare rigorosamente le misure di distanziamento fisico, di indossare la mascherina e in caso di comparsa di sintomi isolarsi e contattare immediatamente il medico curante. Si ricorda infine che: –  All’interno delle imprese risulta importante mantenere una comunicazione continua tra i datori di lavoro, i servizi di prevenzione e protezione ed i medici competenti per gli aspetti sopra trattati nonché osservare una particolare priorità all’adozione di protocollo aziendale anti-contagio; – In caso di positività, si procede alla comunicazione sia al Medico Competente (Datore di lavoro) e sia al Medico di Medicina Generale (singolo lavoratore) al fine di favorire lo scambio di dati ed il monitoraggio della situazione; Speriamo e ci auguriamo come sempre che questo scenario cessi di esistere il prima possibile per riportarci alle nostre vite senza restrizione alcuna.